Milano Tuesday 19 October 2004
W.A. Mozart: la dimensione del Sacro
di Quirino Principe.
Nell’avviare una grande impresa, può accadere che dall’esterno
se ne
apprezzi più la vastità del disegno che non la profondità del
significato.
È
nostro intento correggere anche la sola eventualità di un simile squilibrio
da parte di chi valuti l’iniziativa dell’associazione “Radici
nel futuro”, e
il suo assumere come obiettivo il 2006, duecentocinquantesimo anniversario
della nascita di Wolfgang Amadeus Mozart.
Preparare tale ricorrenza (si badi: nel 2006 il lascito mozartiano non
diventerà “più importante” di prima grazie a quella
data, ma la data sarà
un’occasione di stimolo per chi voglia ripensare a un valore immanente
e incalcolabile) con due anni di anticipo, lavorare programmando
manifestazioni di cultura e di musica con respiro triennale, respirare ancor
meglio lasciando che per il successivo 2007 l’iniziativa si estenda e
appoggi
su una base più ampia le proprie energie di cui la forza di quel pensiero
musicale l’avrà nutrita, è il minimo che possiamo aspettarci
da un’istituzione
culturale di quell’Occidente cui l’arte di Mozart si offre come
uno dei suoi
massimi doni, dei suoi supremi segni di riconoscimento.
Questo riguarda la dimensione del progetto. Ma, si diceva, di pari se non
superiore importanza è il significato. Esso però diviene subito
problematico,
almeno linguisticamente, se parliamo di un progetto finalizzato alla
conoscenza della musica sacra composta da Mozart nell’arco della sua
vita. Il problema, infatti, è di “significato del significato”,
come ci suggerisce
ancora oggi il titolo di uno dei più bei libri del Novecento, The Meaning
of Meaning (1923) di Cecil Kay Ogden e Ivor Armstrong Richards.
È
già una crux interpretativa alquanto spinosa definire quale sia stato
il rapporto dell’uomo Mozart - cattolico assai poco “praticante” ma all’occasione
fervido e commosso, credente eterodosso per troppo blandi
interessi religiosi che per polemica o corrosivo scetticismo, massone per
volontà di radicamento sociale a Vienna e di “appartenenza” -
con il sacro.
Ma, ammesso che si risolva la questione in misura convincente, indagando
fra le lettere e le varie “Aufzeichnungen” di Wolfgang Amadeus, resta
un
interrogativo ancor più spinoso: che cosa significa, in universale, “musica
sacra” ? Nella musica sacra, che cosa è sacro? Le nostre opinioni
dovrebbero
essere oramai note: nella musica sacra, sacra è la bellezza, profana
e oscena la bruttezza.
Sacra è ogni musica che sia bella, anche se il suo eventuale testo
e comunque il suo referente sia laico, secolarizzato: sacra è la Matthäus-
Passion, ma lo è anche la Nona beethoveniana, Tristan und Isolde, la
Rhapsody in blue, mentre profana e oscena è la musica oggi suonata
e cantata (dovremmo dire “sbraitata” o “belata”) nelle
chiese cattoliche.
Tuttavia, nel caso di Mozart, il problema è ulteriormente aggravato dal
fatto che egli, altrove notoriamente attratto dalla licenziosità sessuale
(Don Giovanni) o dal malizioso turpiloquio (i Canoni), nelle sue musiche
di destinazione liturgica, soprattutto nella Messa in do minore K. 427,
nella Vesperae solemnes de confessore K. 339, nel Requiem K. 626, superi
per fervore e sprofondamento meditativo Hasse o Telemann, Verdi o
Dvorák, balzi in alto con la propria monumentalità cattolica sino
al sublime
teologico raggiunto fra i musicisti cattolici soltanto da un altro, Bruckner,
ma sfidi la gotica verticalità luterana di Bach e di Mendelssohn.
Anzi, in una composizione di qualche gradino (se è lecito) ancora più alta,
la Maurerische Trauermusik K. 477, egli raggiunge miracolosamente una
potenzialità rappresentativa in cui il senso della religione cristiana è puro
e nobile come non mai, malgrado il referente massone, laico e (sia pur
lugubremente) mondano.
Nessuno tema: non chiediamo risposte ai lettori e futuri ascoltatori dei
concerti che “Radici nel futuro” presenterà in un luogo come
l’Abbazia di
Chiaravalle, che migliore non potrebbe essere quale spazio in cui la
tradizione cattolica si sposa a una rara austerità di linee e di aura,
di
colore e di risonanza. Non vogliamo che si dica a priori che cosa significhi
“
sacro” per Mozart.
Preferiamo, almeno questa volta, che sia il pubblico in ascolto a deciderlo,
e che, possibilmente, ciascuno degli ascoltatori, gratificato dalla
sistematicità e dalla continuità con cui il progetto è stato
ideato, radichi
e consolidi in sé un’esperienza e una sensazione dopo l’altra,
e si fabbrichi
una propria personale definizione.
Parliamo di ampiezza del progetto non soltanto in merito alla sua estensione
nel tempo, per non dire della qualità e della chiara fama degli esecutori.
Ciò che distingue la programmazione di “Radici nel futuro” è,
in questa
circostanza, l’organicità di un lavoro preliminare che ha studiato
ogni
opportunità di presentare esaustivamente tutti i generi e sottogeneri
della
musica di destinazione sacra: la messa ordinaria, naturalmente, e quella
concezione liturgica particolarmente alta e terribile che è la messa funebre
cattolica (sì, occorrevano cattolici come Mozart o Verdi o Fauré per
rispettarne il canone, poiché sommi musicisti culturalmente protestanti
come Mendelssohn o Brahms ci hanno dato qualcosa di diverso, più
malinconico che tremendae maiestatis), nonché l’oratorio, il mottetto,
il
graduale, l’offertorio, l’antifona, le litanie, i vespri.
Il quadriennio 2004-2007 potrà essere, per i frequentatori dell’Abbazia
di Chiaravalle, un’imponente lezione di storia dei generi musicali, e un
insegnamento fondato sulla seduzione della bellezza eloquente, non
sulla costrizione dell’apprendimento.
Appellandoci ai tre celebri enunciati aristotelici arbitrariamente tradotti
in precetti dal manierismo postrinascimentale, possiamo dire che il progetto
di “Radici nel futuro” faccia leva sull’unità di luogo,
l’Abbazia, ma non
sull’unità di azione (si è detto della molteplicità di
generi e sottogeneri
musicali nella sfera del sacro) né sull’unità di tempo: si
parte da lavori
acerbi come l’offertorio Veni Sancte Spiritus K. 47 (1768) scritto da un
Wolfgang Amadé dodicenne (sarà il primo titolo del concerto iniziale,
26
ottobre 2004) e si approda al Requiem K. 626 (1791, incompiuto) che è,
come ognuno sa, l’ultima opera del catalogo di Mozart e fu completato
da un allievo di lui, Franz Xaver Süssmayr.
Si proseguirà accostando opportunamente, da un concerto all’altro,
lavori
giovanili e addirittura adolescenziali a opere mature (ma c’è qualcosa
in
cui Mozart autore non sia maturo?).
Si incontreranno creature abbaglianti e immediatamente riconoscibili (la
Messa dell’Incoronazione K. 317, le Litaniae Lauretanae K. 195, le Vesperae
solemnes K. 339, la Messa in do minore K. 427 che chiuderà l’ultimo
concerto del 2007 e il suo mirabile fratello gemello ossia l’oratorio Davidde
penitente K. 469, rara e preziosa occasione di accostamento tra le due
partiture che nello stesso tempo tendono a identificarsi e a distinguersi,
e non dimentichiamo il celeste mottetto Ave verum K. 618, sublime
esempio di sacro inteso come sermo humilis, distillato e disincarnato quasi
alla fine di una vita creativa), ma anche lavori di non minore bellezza,
soltanto assai meno eseguiti, che saranno oggetto di vera scoperta.
Un esempio per tutti, curiosissimo: il mottetto su testo inglese God is our
refuge K. 20, scritto da Mozart a Londra nel 1765 a nove anni d’età.
Si è
detto come l’idea che Mozart ebbe del sacro in musica fosse anomala,
eterodossa, movimentata.
Perciò non poteva mancare, nella programmazione, la Maurerische Trauermusik.
Quirino Principe
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